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Liu Bolin. Hiding in Italy

Dal 24/04/2010 al 30/06/2010
Fondazione FORMA per la fotografia, Milano

UNA COERENTE DISSONANZA

 

Una coerente dissonanza. È questa la prima sensazione che ho sentito, la prima definizione che ho messo a fuoco guardando la produzione artistica di Liu Bolin.

“Coerente” perché significativamente progettuale. Perché la sua figura è sempre leggera, delicata, quasi inavvertibile, come silente. Coerente perché capace di creare equilibrio fra percezione mentale e visiva. “Dissonante” perché la complessità della sua opera può apparire stridente e imperiosa, quasi fosse lì per disturbare lo spettatore e creare sconcerto nel contesto.

Dissonante perché questo lavoro prima si sente e poi si vede e finalmente si guarda. Insomma, è la nota stonata e cercata nel concerto sperimentale, è la via di fuga, l’assolo glorioso nella jam session.
Insomma, coerente dissonanza come la possibilità di poter costruire con le proprie mani un luogo dell’utopia.
Le opere di Liu Bolin sono davvero affascinanti. Riportano alla Storia e sanno parlare del contemporaneo.
Viste tutte insieme costituiscono un gigantesco palcoscenico che lascia spazio allo svolgersi dei sentimenti. Soprattutto al senso di appartenenza a un luogo, ma l’artista non limita la sua all’osservazione degli ambienti, vi si riconosce e li rende proprio in senso propriamente fisico.

Così, dal momento dello scatto fotografico, gli ambiti e gli ideali che scaturiscono dalle sue immagini diventano un tutt’uno e appartengono in modo definitivo all’artista. Allo stesso modo Bolin sente di essere parte di essi, e non solo in senso estetico.

In questo gioco di relazioni e di assoluta fusione emerge il punto di partenza del progetto, che riprende una silente protesta contro il degrado forzato degli stessi luoghi, cominciato in Cina quando Bolin veniva minacciato di vedersi rasa al suolo la sua abitazione per lasciare a nuove costruzioni; un Paese in continuo cambiamento.

Ma l’artista cinese va ben oltre la protesta e rende in questo modo palese la differenza fra il vedere e il guardare. Dichiara consapevolezza e definisce il suo punto di vista. Le motivazioni sociali sono al pari di quelle estetiche e compositive. Ed è come se di fronte alle sue fotografie la sola contemplazione fosse poca cosa. La ruggine si confonde con il ferro, le lacrime con il marmo, e ci sente forzati ad analizzare quelle icone alla perenne ricerca di quel qualcosa che non torna, forse che ci infastidisce, che rende stonata anche la più perfetta delle immagini.

Liu Bolin entra fisicamente nelle sue fotografie. Si nasconde per farsi trovare e, nonostante la sua impossibilità a compiere lo scatto, è egli stesso che crea la fotografia. È quasi un gioco di specchi. Riflessi opachi che gli consentono di trasformarsi in immagine pura. Senza la sua presenza nella scena, ovviamente, non ci sarebbe lo stesso pathos.

 

 

Denis Curti

Vicepresidente Fondazione FORMA

Rassegna stampa

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