
GIORGIO GABURRO
TRENT’ANNI DI GALLERIA
Dal 9 ottobre 2025 al 10 gennaio 2026
Via Cerva 25, Milano
Per celebrare il trentesimo anniversario di Galleria Gaburro, una mostra collettiva trasforma lo spazio della Galleria di Milano in un teatro delle idee, una festa corale in cui la narrazione sonda e indaga lo status del ruolo del gallerista.
Fondata nel 1995 daGiorgio Gaburro, la galleria nasce fuori dai circuiti tradizionali in provincia di Vicenza e muove i primi passi in un contesto che subito rivela la sua ostinata indipendenza: il suo stile è caratterizzato da un’attitudine al rischio, alla precisione ossessiva come forma di apprendimento dall’errore, al pensare l’arte come terreno vivo dove coltivare il dubbio. Nel 1998 la Galleria si sposta a San Bonifacio per approdare, nel 2002, a Verona e nel 2021 nella sua seconda sede di Milano. Da quel momento in poi affiancato da Cecilia Gaburro, sua figlia.
Giorgio Gaburro si è formato grazie anche all’amicizia con Emilio Mazzoli e si è affiancato, nel corso di questi lunghi decenni, ai più importanti curatori dello scenario nazionale ed internazionale: Achille Bonito Oliva, Eugenio Viola, Marco Bazzini, Giacinto di Pietrantonio, Lorand Hegyi, Luca Beatrice e Danilo Eccher sono solo alcuni dei nomi con cui il gallerista ha collaborato.
A trent’anni dalla sua fondazione, Galleria Gaburro celebra la sua storia con un progetto espositivo che è, prima di tutto, un racconto:un’azione teatrale in tre atti, curata da Matteo Scabeni, dove la voce del gallerista si intreccia con quelle degli artisti, in un confronto continuo tra passato, presente e possibilità future.
Giorgio Gaburro. Trent’anni di Gallerianon è una mostra celebrativa nel senso convenzionale: è una messa in scena, una rappresentazione corale, un’architettura narrativa suddivisa intre sezioni, secondo la struttura classica della tragedia greca - ciascuna abitata da dialoghi inediti e aperti. Riprendendo il numero di artisti della prima mostra veronese, dedicata ai Vizi Capitali, sette artisti sono stati invitati a costruire un confronto con altrettanti artisti a loro insindacabile scelta. Perciò, sette coppie di artisti mettono in relazione opere, linguaggi e visioni, creando un movimento continuo tra armonia e dissonanza. Si costruisce una nuova tensione in cui non sono più i vizi – quasi un beffeggiare sia l’artista che il gallerista - madialoghi; non categorie morali, marelazioni. Un percorso che non solo chiude un ciclo ma neapre uno nuovo mostrando la grande ricerca, oggi, di Giorgio e Cecilia Gaburro.
Le opere di Liu Bolin e JR, Marco Cingolani e Andrea Mastrovito, Emilio Isgrò e Ferdinando Scianna, Iain Andrews e Leyla Cardenas, Jan Fabre e Marina Abramović, Daniel Spoerri e Ruben Montini, Hermann Nitsch e Andrea Cusumano si rivelano come scene, apparizioni, testimonianze di una coralità fragile e potente, che trasformano la Galleria in spazio scenico, macchina tragica, corpo vivo.
La mostra è un atto di resistenza poetica contro l’oblio; una riflessione sull’identità mutevole delle gallerie d’arte – luoghi che hanno determinato intere epoche per poi svanire – ma anche un inno allapersistenza del gesto e della memoria, alla necessità di continuare a credere che fare galleria significhi, ancora e sempre, coltivare il dubbio circa il senso stesso dell’arte. La Galleria Gaburro compie trent’anni e, nel farlo, si mette nuovamente in discussione; celebra il proprio passato immaginando le nuove forme che il futuro potrà assumere.
In relazione alla mostra, verrà presentata una pubblicazione monografica che tratterà i trent’anni della Galleria dal punto di vista di una cronografia emotiva: una pubblicazione ibrida, in forma sia aneddotica che antologica, in cui convergeranno tutti gli stimoli e la vera forma dell’esistenza di una storia particolare e specifica. La pubblicazione, curata da Matteo Scabeni, racchiuderà diversi testi di diversi autori accumulati nel corso della storia della Galleria, una ricca cronologia espositiva con immagini d’archivio, e una parte specifica dedicata alla mostra di celebrazione dell’anniversario.
Giorgio Gaburro.
Trent’anni di Galleria.
Con opere di Marina Abramovic, Iain Andrews, Liu Bolin, Leyla Cardenas, Marco Cingolani, Andrea Cusumano, Jan Fabre, Emilio Isgrò, JR, Andrea Mastrovito, Ruben Montini, Hermann Nitsch, Ferdinando Scianna e Daniel Spoerri.
A cura di Matteo Scabeni
Opening
Mercoledì 8 ottobre 2025
Dalle ore 18.30 alle ore 21.00
Galleria Gaburro, Via Cerva 25, Milano.
Apertura al pubblico
Dal 9 ottobre 2025 al 10 gennaio 2026.
Orari di apertura: dal martedì al sabato 10:00 - 13:00 e 14:00 - 19:00.
di Matteo Scabeni
Pensare a tutte le gallerie d’arte che prima hanno determinato la loro epoca e poi sono, improvvisamente, sparite, potrebbe essere fonte di una certa nostalgia. L’elenco delle gallerie morte - famedio dell’effimero - potrebbe essere decisamente lungo e complicato; una lista vertiginosa alla scoperta di quelle stratificazioni quasi archeologiche che hanno reso l’arte realmente contemporanea. Quella che siamo qui riuniti oggi per narrare è una storia particolare, decisamente indipendente e fondamentalmente aliena ad un certo percorso galleristico quantomeno obbligato.
Nel 1995, Giorgio Gaburro fonda Boxart a Thiene, in provincia di Vicenza. All’inaugurazione della prima mostra, le opere di Salvador Dalì, che i due soci avevano acquisito da un’importante collezione privata, si rivelano essere dei falsi. L’ironia, oggi, di leggere questa operazione sbagliata non è solo tremendamente vera se pensata in rapporto al profondo sarcasmo di cui il Gallerista è sempre stato complice, ma soprattutto autentica se si pensa che Gaburro è nato imprenditore edile, non gallerista. Poco dopo, nel 1998, la Galleria si sposta a San Bonifacio, approdando, nel 2002, a Verona. Ed è lì che, come sottolinea Gaburro, abbiamo iniziato a fare le cose sul serio: il Gallerista impara il mestiere da Emilio Mazzoli e arricchisce la sua scuderia di nuove e prestigiose collaborazioni. Infine, nel 2021, inaugura una seconda sede a Milano. Da quel momento in poi, con la figlia, Cecilia Gaburro.
A dare il via alla programmazione nella sede di Verona, I Vizi Capitali. Sette artisti sono associati ai sette vizi, non senza un approccio forse un po’ polemico. Associazioni che si esprimono in parodie: a Marco Cingolani la Superbia, a Mark Kostabi l’Avarizia, a Federico Guida la Lussuria, ad Alessandro Bazan l’Invidia, a Mario Schifano la Gola, a Gian Marco Montesano l’Ira, a Innocente, infine, l’Accidia. Trent’anni dopo, l’atteggiamento virtuoso di Gaburro è diventato uno stile per cui fare Galleria significa coltivare il dubbio.
Da qui, Giorgio Gaburro. Trent’anni di Galleria. La mostra è costituita da sette dialoghi – riprendendo il numero degli artisti individuati nella prima mostra veronese -, per cui ciascun artista della Galleria è stato invitato a selezionare un altro artista con cui costruire un confronto, più o meno diretto, più o meno profondo: il loro lavoro diventa corale, spesso a quattro mani, orchestrato. Il percorso espositivo ricalca la struttura della tragedia greca, suddivisa in tre atti - prologo, scena e catarsi – in un costante climax di tensione e rappresentazione che ricalca la curva tragica. Il riferimento risiede nel romanzo di Agatha Christie Una tragedia in tre atti, in cui questa costante tensione drammatica è bilanciata da un uso spietato e alquanto ambiguo dello strumento dell’ironia: ciascuna sezione contiene dramma e gioco, leggerezza e angoscia, risata e sofferenza.
Iain Andrews e Leyla Cardenas, Liu Bolin e JR, Marco Cingolani e Andrea Mastrovito, Jan Fabre e Marina Abramovic, Emilio Isgrò e Ferdinando Scianna, Herman Nitsch e Andrea Cusumano, Daniel Spoerri e Ruben Montini si muovono negli spazi aperti della Galleria architettando una narrazione che segue un percorso ben preciso ma che si lascia libero a punti d’inciampo, ostacoli, giochi e narrazioni laterali più o meno complesse. È, infatti, ciascuna opera ad aprire, come nella tradizione della tragedia, a tutte quelle microstorie particolari – come, nel caso della storia dell’arte, la storia di Galleria Gaburro.
Innanzitutto, il Prologo… In principio erat verbum.
L’opera, in Liu Bolin, è l’esito di un processo complesso. Inglobando media diversi - performance, fotografia e pittura – Liu sparisce nell’immagine lasciando una traccia che si sfuma fondendosi con il contesto; ciò che è visibile è un’azione mimetica. Nel lavoro a quattro mani con JR, questa dinamica imitativo-appropriativa è ancora più marcata e scandita. In questo caso, l’artista francese celebrava i trent’anni della piramide di Ieoh Ming Pei con un’installazione che ricalcava uno scavo archeologico costruendo una prospettiva sull’effimerità della memoria, sull’instabilità della conoscenza, sull’uso ironico e poetico della monumentalità. L’intervento di Liu consiste nel simulare quel paesaggio, già artificiale, architettato da JR in una doppia finzione – un’antinomia del linguaggio.
La pittura di Marco Cingolani trasforma la tela in una narrazione visiva senza spazio e senza tempo. Quello di Cingolani è un segno ancestrale da cui deriva una riflessione circa una memoria lontana e spesso imponderabile, meditativa e profondamente ironica. Una raffigurazione colta, che tiene il tempo del suo tempo, che è il tempo infinito in cui le opere maturano inconsapevolmente alla loro completezza costruendo una ritmica scandita all’interno del percorso espositivo. Concependo un confronto diretto con Andrea Mastrovito viene accentuata questa prospettiva sull’opera d’arte come esito di una stratificazione costante e progressiva – una scelta profondamente arbitraria. Cingolani insiste maggiormente su un proscenio, una narrazione musicale della pittura, mentre Mastrovito interpone la stessa necessità, dell’artista, di ricostruire il sistema intricato dello spazio in cui ci troviamo immersi.
La poetica di Emilio Isgrò è marcata dalla cancellatura come gesto drammatico per proteggere la parola – salvarla – dal suo abuso ideologico. In mostra, il lirismo della tradizione greca: il parodo, il coro cantato e recitato, marca la matrice della poesia già presente nella sua pratica. La sua è una riflessione che attraversa i secoli della tradizione e del pensiero per stabilirsi come una storia eterna, infinita, sull’origine e sulla natura del linguaggio. Il confronto con Ferdinando Scianna si basa sulla profonda e marcata linea della memoria: sottrarre allo sguardo, privare l’immagine di riferimenti precisi per richiamare nello scatto un senso d’origine viscerale, quasi oscuro. Per Scianna, la fotografia esercita un potere evocativo che rimanda alla ritualità del corpo, all’eco ancestrale delle tradizioni popolari. Il loro dialogo evoca un rituale iniziatico, una catabasi profonda nell’oggi.
Lo spannung, la tensione della Lotta. L’apice della tensione che porta al picco drammatico, che si traduce nella punizione, spesso nella morte, prima della quiete della sua risoluzione.
Attraversando l’inconscio, nelle cui nicchie si nascondono tutti i nostri desideri, aspirazioni e speranze più indicibili, Iain Andrews indaga, attraverso la pittura, la rappresentazione più viscerale del trauma. Le sue figure sono personaggi proteiformi che si susseguono in una rappresentazione scenica dichiarata, evidente, in cui si alternano scenari confusi, spesso indefiniti e indefinibili; la forma pittorica delle vie intricate della memoria in cui ricercare, nelle viscere, la natura stessa dell’anima. Queste immagini sono poste direttamente accanto alle opere di Leyla Cardenas, in cui la memoria si trasforma nella sua astrazione poetica. Più analiticamente, l'artista si immerge nelle infinite distese interiori del cosmo per indagare la nostra struttura stratificata ed effimera, che è in realtà la struttura stessa della realtà. Rimuovendo dalla superficie o creando strati di tele non tessute su cui stampa, estrae la dolcezza in una profonda riflessione sull'essenza pura, una composizione sconosciuta del misterioso scheletro della realtà.
Jan Fabre e Marina Abramovic: il servo e la guerriera della bellezza. L’apice della tensione tragica. Per Jan Fabre, l’artista deve rivelare e mostrare quell’infinito dramma del rapporto tra il contingente e il trascendente, tra l’ideale e il concreto, tra la bellezza e la poesia. Fabre annaspa alla ricerca della verità; assume quella voracità propria di un cuore affamato (che soffre l’inedia) di trovare al più presto quali leggi regolano la realtà e divorarle. Nella performance Virgin/Warrior, realizzata con Marina Abramovic nel 2004 al Palais de Tokyo, i due artisti combattono una battaglia fisica e simbolica contro la distruzione dell’arte. Una danza in cui Abramovic e Fabre impersonificano l’eternità dell’effimero; una dichiarazione d’amore in cui i confini tra le autorialità si sfumano fino alla morte, che è il rischio della sparizione dell’arte; della vacuità dei loro sforzi, dell’annullamento; esito della tracotanza di chi crede, con le proprie sole energie, di poter salvare una situazione irrimediabilmente sepolta dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo. Lo stesso suggerimento testimoniato dallo spettatore che osserva la scena: un teschio di vetro, dipinto con inchiostro Bic blue, che regge lo scheletro di un uccello - metafora della bellezza perduta.
Dopo il dramma, una calma perturbante. Tutto è irrimediabilmente modificato, eppure la rappresentazione è sospesa: dal pathos, una quiete instabile, a metà tra la pena e l’indulgenza.
Nelle opere di Daniel Spoerri, la scena viene suggellata e cristallizzata in un momento effimero, in una lotta conclusa. Quello che resta è solo un campo di battaglia spoglio in cui si vedono fragili residui, tracce. Nel caso dei Faux Tableaux-Piège (Falsi quadri-trappola), tuttavia, nulla è mai realmente accaduto. Si tratta dell’esplicitazione dell’artificio per cui Spoerri ha raccolto oggetti minuscoli dai mercatini delle pulci per costruire un’occasione di celebrazione, Una festa di compleanno per bambini senza bambini. Allo stesso modo, le opere di Ruben Montini, scene trasfigurate in composizioni di tessuto policrome sono figlie di un’intimità sofferta e complessa. I mazzi di fiori stessi sono concepiti come un dono che chi li possiede è invitato a fare a tutte le vittime di omotransfobia descrivendo una sensibilità che è figlia del dolore, simbolo leggero di una lotta forte ma sussurrata. Se Spoerri ricerca la quotidianità ossessiva e la malinconia, Montini la trasforma in un’intimità e una sofferenza condivisa e condivisibile – allo stesso modo, politica.
Infine, e in conclusione, Hermann Nitsch e Andrea Cusumano. Le opere sono l’esito dell’abreazione, del processo di purificazione che porta ad una nuova forma di catarsi collettiva. La tela è una reliquia su cui restano impressi i segni di un rituale pagano, cruento e feroce. Hermann Nitsch concepisce l’intero processo creativo come una gesamtkunstwerk (opera d’arte totale) architettata attorno ad una complessità unitaria e sistematica di media. Si tratta di una narrazione sinestetica viscerale, figlia di un’eredità tragica; del Canto delle sirene di Adorno per cui l’opera d’arte deve risvegliare lo spettatore dal sonno della ragione. L’abreazione, per l’appunto, che passa attraverso il corpo. Andrea Cusumano è legato inscindibilmente al maestro, da cui ha assunto l’importanza del nomadismo tra i vari media. Destrutturando l’immagine per ricercarne l’ossatura, l’artista arriva a definire atmosfere sospese tra il liturgico e l’oracolare, per cui elabora un sistema di codici che mostra una poetica per cui l’opera deve essere esperita e vissuta: la stessa forma e raffigurazione di una coppia di soggetti indeterminati scavati dalla loro stessa sofferenza.
Si chiude un progetto ambizioso, soglia, celebrazione di un percorso, chiusura dell’arco narrativo di una storia così specifica e così delicata da poter sembrare quasi intima e introspettiva che apre alle infinite possibilità di cui si costella il suo futuro. La ricchezza e la varietà dell’anima – della visione – di una Galleria non può prescindere dal portamento emotivo che tutta un’immensa e appassionata ricerca trascina con sé. Associazioni sempre varie, sempre nuove e sempre costantemente mutevoli, si susseguono in un ciclo indeterminabile fatto di scansioni irregolari, emozioni altalenanti, mostre appassionate che, ora, determinano una storia che supera di poco i suoi trent’anni. La ricerca di Galleria Gaburro, di Giorgio e Cecilia Gaburro, di tutte quelle storie di tutte le persone che sono passate attraverso, si sono scontrate e si sono allontanate, altre che si sono fermate e sono rimaste, assume nuove forme. Quelle stesse forme della passione e dell’affetto; quelle stesse metodologie noncuranti della deontologia delle cose ma della bellezza dell’arte; quella varietà infinita del nostro bagaglio culturale ed emotivo di chi, come noi, non solo vuole essere-con ma anche cercare di essere. Un riferimento semplice, ma parecchio ostico da comprendere realmente, sta in Calvino:
L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio.
E perciò, oltre la didascalia, come l’artista deve ricercare la bellezza della verità dell’arte, il gallerista deve cercare ciò che è arte e saperla riconoscere, e, dunque, farla durare e darle spazio.
GALLERIA GABURRO | email: info@galleriagaburro.com - P.Iva IT02601700236
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